giovedì 18 novembre 2010

di un posto da chiamare casa

Ho un lungo elenco di cose da fare, comprare, dire, realizzare. Post-it appiccicati ovunque. Promemoria cartacei. Mattinata di non lavoro, sfoglio cataloghi dell’ikea, ho ancora il pigiama, bevo grandi tazze di caffè. Provo a immaginare. Un letto dove non dormire più sola. Un posto, seppur piccolo, da dividere in due. Una casa. La nostra casa. Tende alle finestre, piante sui davanzali, cuscini a cullarci la sera. Il calore di qualcosa che ci appartiene. La condivisione. Sento un misto di euforia e paura. I cambiamenti, se pur desiderati, spaventano. Il salto nel buio da i brividi. Non lo abbiamo deciso. E’ venuto da se. Un’esigenza. Un bisogno di vivere insieme.
Ma come è difficile trovare il posto giusto. Leggiamo annunci, telefonate a vuoto, sorrisi che muoiono sulle labbra, e ricominciare tutto dal principio.
L’altra sera, mentre diluviava, siamo arrivati in macchina fin sotto quella che potrebbe essere la nostra casa. Ogni incertezza si scioglierà sabato. Io, nel frattempo, incrocio le dita.

giovedì 21 ottobre 2010

di una calda giornata d'ottobre e del bisogno di fermarsi

Dopo tante giornate di ritmi forsennati oggi finalmente ho un giorno di assoluto riposo. Niente sveglia a buttarmi giù dal letto. Ho lasciato che il mio corpo si svegliasse lentamente. Sono rimasta sotto le coperte a lungo, senza pensare a tutte le cose che avrei dovuto fare approfittando del fatto che non lavoravo. Mi sono alzata, ho messo il caffè sul fuoco, ho sporcato di marmellata di mirtilli le fette biscottate, mi sono goduta una lenta colazione seduta sul divano, con ancora il pigiama addosso. Ho acceso la radio e riordinato la mia stanza con la musica di sottofondo. Ho riordinato i vestiti buttati sulla sedia trasformata in un armadio. Verso l'una sono uscita a passeggiare. Nulla ha un sapore gradevole di un caldo pomeriggio di fine ottobre in giro per la città. Non avevo una meta, sono uscita con il solo desiderio di sentire le gambe scattanti.
Dopo un paio d'ore, rientrando verso casa, mi sono fermata a fare la spesa. Il supermercato vuoto mi fa sempre venir voglia di perdere tempo tra gli scaffali, di poter scegliere con cura, così vagando di qua e di là mi è venuta voglia di prendere tutto l'occorrente per preparare dei muffins al cioccolato.
Ora il forno è caldo, i muffins stanno cuocendo, ho preparato un thè all'arancia e cannella, mi preparo a standere le gambe sul divano e a leggere il libro iniziato mesi fa e lasciato a prendere polvere come tutte le altre cose che amo e non ho tempo di curare.
Domani la sveglia suonerà crudelmente alle 6:30, il freddo, la folla, le corse per non far tardi. Domani. Ma oggi voglio proprio godermela.

martedì 5 ottobre 2010

del ricominciare

Ore 21:38

Sono a lavoro. Dalle nove di questa mattina. La giornata è trascorsa veloce tra un corri di qui e un corri di là. Questa sera è lenta. Lentissima. Mi porta a pensare. Ai capelli che non hanno più una forma. Alle unghie delle mani troppo corte, rovinate, senza smalto. Agli occhi stanchi e un po’ spenti. Alle cose trascurate. A quelle perse. A quelle che, forse, posso ancora recuperare. Agli affetti che ho lasciato sfuggire via senza volere.

Negli ultimi cinque mesi la mia vita è cambiata senza che avessi il tempo per accorgermene. Sempre di corsa. Mai un momento per fermarmi a guardare le cose che si modificavano. Questo lavoro che amo e nel quale mi sono buttata con passione…ma che mi assorbe completamente, mi toglie il tempo, si prende le mie forze, mi lascia esausta su un letto nelle poche ore di pausa. Occhi chiusi e mente spenta. Dormire. Caricarmi. Mettermi in piedi. Scacciare i pensieri. Metterci l’anima. Giorno dopo giorno.

Vivo in un film. Non so se è il mio. Osservo da fuori. Una giovane donna che corre. Passi veloci. Insegue autobus. Si stringe tra la folla anonima ed estranea della metropolitana. Corre ancora. Guarda l’ora. I ritardi. Corpi assonnati e ammassati. Poi si maschera di un sorriso. Affronta la giornata. Giorno dopo giorno. Giorni così diversi. Così uguali. Giorni scaldati solo da un abbraccio.

Non leggo più libri. Non stringo più tazze calde per riscaldarmi il cuore. Abbraccio storie, quelle non mie, mi anniento e non sento più me stessa. Come se non esistessi.

Ma forse dovrei fermarmi. A volte. Come adesso. In questa sera fredda e lunga. Ritrovare me stessa. O perdermi completamente e ricominciare da principio.

giovedì 21 gennaio 2010

a volte

A volte, quando non dormo, quando sono su un autobus, quando vago a piedi per la città, quando preparo il thè, quando metto lo smalto rosso alle dita dei piedi,quando compro un libro nuovo, quando mangio un biscotto al cioccolato, quando rido con la mia amica, quando lui mi abbraccia, ecco, a volte, io sento di essere felice.

lunedì 21 settembre 2009

una promessa tra le nuvole

E l'autunno ci ha trovato così. Abbracciati sotto una coperta celeste. Le tue dita aggrovigliate tra i miei capelli. I miei occhi a bere i tuoi sorrisi. Fuori un cielo nero che pare voglia venire giù e divorare ogni cosa.

Ci alziamo. Metto la caffettiera, quella grande, sul fuoco. Mi stringo più stretta la felpa addosso, mentre ti osservo. Sei intento a studiare la strada per arrivare nel posto di cui ti ho parlato. Decidiamo che si, nonostante non ci sia il sole, è lì che trascorreremo quest'ultima domenica che siamo insieme, prima della mia partenza a tempo indeterminato. Verso il caffè nella mia tazzina e mordicchio biscotti al cioccolato. Ti osservo mentre scrivi le indicazioni su un pezzo di carta, in quella tua grafia indecifrabile. Ogni cosa di te mi piace. Mi mordo le labbra con i denti. Non so quanto tempo starò via, una, due, tre settimane, e sento una fitta al cuore. Che non so spiegare cosa sia. Ti giri a guardarmi e so che hai capito perchè vieni vicino ad abbracciarmi forte.

Dopo un'ora di macchina, tante parole, le canzoni cantate, arriviamo. Camminiamo in salita. Mi tieni la mano. Ogni cosa mi pare all'improvviso sia al posto giusto. Nel momento giusto. C'è un vaso di minuscole margheritine. Sorrido maliziosa perchè la mente mi è corsa ad un immagine che è solo mia. Mi abbracci da dietro e mi sussurri "è in questo posto che voglio sposarti".
E allora si. Non ho dubbi io. La mia famiglia sei tu. E non ci sono passato e futuro. C'è solo un attimo di presente che voglio vivere.

mercoledì 16 settembre 2009

aspettando

Sono seduta in cucina.
Ascolto la pioggia fuori dalla finestra. Sottile e discontinua.
Il girasole si è completamente abbandonato verso l'ultimo raggio di sole che giunge da dietro le tende bianche della cucina.
Qualcosa cuoce nel forno, qualcosa che sto preparando per la cena.
Ho tritato finemente salvia, aglio e maggiorana.
Sul tavolo ci sono i pomodori lavati. La lattuga. Il pane da crostare.
La casa si riempie lentamente di odori. Di ricordi. Di qualcosa che sa di casa, di abbracci, assaggi, farina sul naso, di mani bianche e morbide, di bambine che erano ancora tali, di figli riuniti.
Gli occhi si fanno lucidi. Bruciano. Iniziano a lacrimare. Le cipolle da affettare mi fanno sempre questo effetto.

Mi alzo sulla punta dei piedi. Afferro una bottiglia di vino rosso. Un chianti dei colli senesi. Ripenso alle parole di un'amica. Leggo tra le righe. Nelle sue parole c'è una ferita che io conosco da tanto, troppo, e poi chissà che nome ha. Apro il vino, me ne verso un bicchiere, lo annuso, mi avvicino alla finestra e penso.
Penso che continuo a perdermi. Come se qualcuno si divertisse a spostare i cartelli stradali.
Penso che devo smetterla di aprire certe porte. di spiare dentro.

Ho bisogno di qualcosa che sia mio. Una stanza. Un divano. Un gatto. Barattoli disposti per odori e colori. Un vaso di gerani rossi. Le pantofole rosa quando torno la sera. Quella sensazione di calore che manca.

Poggio il bicchiere sul tavolo. Controllo le patate nel forno. Il cellulare suona, un messaggio, "sto arrivando".

Forse, per certe cose belle, bisogna sapere aspettare

venerdì 11 settembre 2009

come un respiro trattenuto

Ci sono dei giorni in cui vorresti solo dormire.
Tenere gli occhi chiusi. La mente spenta. Nessuna luce. Nessun pensiero. Ci sono questi giorni qui. Che tutto gira troppo in fretta e le parole che ti arrivano alle orecchie sono tante, troppe, veloci, dure, dolorose. Che se tu dormissi non sentiresti niente. Niente. Niente. Neppure il tuo cuore che batte così in fretta.

Sai, bisogna indossare maschere, alle volte. Bisogna alzarsi. Aprire la porta della propria camera. Venir fuori con un sorriso. Dare il buongiorno. Chiedere se c'è del caffè caldo. Prendere un biscotto. Fare conversazione. Cose così. Tutta finzione.
Perchè tu vorresti startene da sola. Con i tuoi scazzi. Il tuo malumore. Bere il tuo caffè e sbriciolare biscotti.

Come adesso. Che me ne sto su questo sgabello. Ferma. Immobile. Le gambe nude. Mangio le unghie delle mani. Dovrei ridare lo smalto. Dovrei raccogliere le briciole da terra. Buttare gli avanzi del pranzo. Dovrei indossare un sorriso, sciogliere i capelli, un velo di lucidalabbra. Uscire a godere di queste ultime gocce di sole.
Dovrei. Invece mi lascio spegnere. Sono un respiro trattenuto.